Benvenuti ad Orkastle
I sette tirarono un sospiro di sollievo quando si accorsero che il volo dei sei abomini che li braccavano ormai da giorni si era arrestato bruscamente contro una barriera invisibile che impediva loro il passaggio, lasciando gli esseri che una volta erano stati barbari delle steppe a ruggire la loro frustrazione con furia impotente: erano in salvo, almeno per il momento. Quasi come se si fossero fatti un segnale abbassarono lo sguardo osservando le mani tremare leggermente mentre cercavano di riprendere una respirazione regolare, poi si guardarono negli occhi condividendo la temporanea calma, ma leggendo al contempo la consapevolezza che ancora non si sarebbero potuti rilassare del tutto. Si rivolsero alle guardie della fortezza santa incaricate di scortarli all'interno, facendo loro cenno di incamminarsi e al contempo osservandole con la pratica esperta degli avventurieri: l'oscurità non permise loro di coglierne per intero i tratti dei visi, seminascosti dalla celata. Indossavano farsetti d'arme dai colori accesi ma sporcati col terriccio per renderli meno vistosi. Tutti erano armati di spada lunga, salvo un paio che impugnavano un arco lungo, con la faretra alla cintura. A un certo punto lasciarono la via principale e si inerpicarono lungo un viottolo accidentato. In alto, oltre la vegetazione, iniziarono a scorgere le torri gigantesche del castello, unite una all'altra dalla colossale cinta muraria che rinserrava l'abitato. L'uomo della foresta e il damerino di Thule si accorsero che a parte lo stormire delle foglie degli alberi, il silenzio era profondo. Pareva che ogni creatura vivente avesse abbandonato la collina, salvo qualche uccello notturno che, tra gli alberi, sbarrava d'improvviso gli occhi tondi e luminosi, per poi volare lontano al loro passaggio. La salita proseguì finché il sentiero non raggiunse il portale del castello. I guerrieri della possente città di Thule si resero invece conto che ora era possibile scorgere le tracce dell'assedio. Gli orti che, fino a qualche mese prima, dovevano avere alimentato gli abitanti del villaggio interno erano stati devastati. Alcune rudimentali macchine da assedio danneggiate in vari modi testimoniavano che alcuni scontri erano già stati sostenuti dalle parti. C'erano anche barricate e trincee destinate a ostacolare il cammino di eventuali assalitori. I segni di combattimento aumentavano a ridosso delle mura: gli avventurieri già avvezzi agli assedi individuarono subito i terrazzini di legno bruciacchiati, e le passerelle sospese sotto le merlature dei camminamenti schizzate di sangue rappreso. Contrariamente a quello che avevano immaginato il castello aveva un aspetto sinistro, e appariva loro smisurato. Colpa, forse, delle tenebre che lo avvolgevano o dei loro nervi messi a dura prova dagli avvenimenti dei giorni appena trascorsi. I sette avventurieri erano ancora assorti in queste riflessioni quando raggiunsero uno dei portali, che si aprì davanti a loro il minimo indispensabile per consentire loro l'ingresso, per poi subito essere richiuso alle loro spalle. Il damerino della ricca Thule si sorprese a pensare ai piaceri perduti quando, una volta all’interno, avvertì un gelo umidiccio calargli addosso e avvolgergli le membra come una coperta bagnata, facendolo rabbrividire con i suoi compagni. L'atrio del torrione era illuminato solo da un paio di torce, che non riuscivano a rischiarare la volta altissima. Alcuni soldati addossati alle pareti spoglie, fissavano torvi i nuovi venuti. La loro non sembrava ostilità, ma piuttosto la rancorosa curiosità di chi è preparato al peggio, e interpreta ogni fatto nuovo come un passo in quella direzione. L'aria del posto trasudava gelo e spavento, o almeno così sembrava ai suoi sensi stanchi. In fondo alla sala scura, dove una porta a sesto acuto offriva accesso ad ambienti illuminati ancor più malamente dell'atrio, apparve una figura piccola e magra, che avanzò con passo incerto verso di loro. “Mi conoscete”? – chiese bisbigliando la sagoma, simulando allegria – “Sono Xaalvi, ministro e consigliere personale del mio Signore Mikanek, ma forse qualcuno di voi mi conosce come Shaddon Phocas. Non preoccupatevi – si affrettò ad aggiungere notando l'espressione di alcuni avventurieri divenire immediatamente ostile – fra noi c'è pace e perseguiamo lo stesso fine. A pegno di ciò posso garantirvi che la ragazza che eravate incaricati di scortare è stata portata in salvo da me, e qui è al sicuro”. “Ma avremo modo di parlare in un altro momento e in un altro luogo” – disse atteggiando alla massima cordialità il viso indecifrabile. “Intanto a nome del mio signore, vi ringrazio di avere rinunciato ai vostri progetti per accorrere qui”. – Si risollevò. – “Immagino che sarete stanchi. Vi ho fatto allestire una stanza, all'interno del mastio centrale. Appena vi sarete sistemati, il mio signore vi aspetta a cena. Seguitemi. Un servo vi condurrà di sopra”. Ancora confuso come i suoi compagni dall'incontro inaspettato, il sacerdote di Pelor si accodò per salire una scala non troppo alta e percorrere un corridoio disadorno e quasi buio, che nell'ultimo tratto si trasformò in un camminamento stretto e lungo, con molte feritoie sulla destra. Il paladino si sentiva oppresso e confuso: era abituato alle sue certezze e Orkastle era una di queste: non era certamente come se lo era immaginato e tanto meno come lo descrivevano i bardi nelle loro ballate. Gettando lo sguardo fra le feritoie si trovò ad osservare alla luce incerta della luna un villaggio irto di tetti aguzzi sotto il cielo nuvoloso e flagellato dal vento, che faceva ruotare le pale di un piccolo mulino. La cinta del castello racchiudeva un abitato, minuscolo ma tanto esteso da coprire la cima della collina, verso oriente. Subito capì di trovarsi su un corridoio sopraelevato, retto da arcate, non dissimile nella forma da un acquedotto romano a un solo piano. Una larga torre rotonda, quasi un mastio più alto del consueto, chiudeva quel passaggio. Notò che camminamenti simili tagliavano i cortili, convergendo verso gli edifici centrali. Non capiva molto di architettura ma intuiva che la fattura della fortezza-santuario era molto insolita, forse resa necessaria dalle dimensioni spropositate. Percorso il corridoio, Xaalvi fece strada attraverso una porta senza battente, fino ai piedi di una scala a chiocciola male illuminata da torce fumose. Un guerriero dal mantello scuro, con barba e capelli ricci e una cicatrice sulla guancia sinistra, si fece avanti servizievole. “Hamid, conduci questi ospiti nella stanza che sai” – ordinò il ministro. Poi si volse verso di loro e disse: – “Non appena sarete sistemati, scendete al piano terra. Il mio signore, anche se l'ora è tarda, avrebbe sicuramente piacere di cenare in vostra compagnia”. Xaalvi si voltò per andarsene, poi come se ci avesse ripensato si soffermò e aggiunse: “Ah, un'ultima cosa. Se vi capitasse... – La voce, fino a quel momento tenue ma sicura, si incrinò un poco e deglutì. – ...se doveste udire dei rumori insoliti, non fateci caso. Sospetto che la roccia su cui sorge il castello si stia assestando. Tonfi e scricchiolii sono normali. In tutti i vecchi edifici si odono dei suoni di origine ignota. Ma questi... – Poi si morse il labbro inferiore. – Basta, è tempo che raggiungiate il vostro alloggio. Hamid resterà a disposizione. Vi scorterà fino al luogo della cena, quando sarete pronti”. Il servo salì lungo una scala a chiocciola. Al piano superiore, immerso nell'oscurità, Hamid accese una candela al fuoco di una torcia affissa al muro. Poi scortò i visitatori lungo un buio corridoio di forma circolare, fino a un uscio che pendeva sbilenco da cardini arrugginiti. Si fece di lato e alzando la candela disse: “Questa è la stanza che vi è stata riservata. Io attenderò qui fuori”. L'ambiente era umido, dalla volta bassa. Al centro erano allineati sette pagliericci, coperti da grossolani lenzuoli di tela. Un secchio colmo d'acqua e un paio di sedie costituivano l'unica mobilia. Si avvertiva il sentore di bagnato che pareva aleggiare ovunque. In effetti sembrava un alloggiamento del corpo di guardia. Una volta soli, i prodi avventurieri appesero i mantelli ai chiodi infissi nella parete e si concessero finalmente qualche minuto per discutere fra loro la linea da tenere dopo aver vissuto in così poco tempo una così grande mole di avvenimenti, poi si accinsero a scendere a cena, non prima di aver esaminato accuratamente i loro appartamenti. Hamid gli stava attendendo alla base delle scale. Sembrava impassibile: dopo un lieve inchino, staccò una torcia dal suo anello e si incamminò lungo il corridoio buio, invaso dall'onnipresente sentore di muffa. Non c'erano più colonnati a svelare il panorama esterno, ma solo pareti sbrecciate e incrostate di salnitro. La fiamma sembrava incapace di illuminare ogni recesso di quell'antro. Oltre allo squallore e all'oscurità della galleria, si avvertivano refoli di vento che penetravano da fessure nascoste, e sibilavano fastidiosamente da ogni lato. “Dobbiamo camminare ancora molto prima di mangiare un boccone”? - si chiese impaziente il guerriero mezzosangue passando da un corridoio all'altro e scendendo un paio di scale – questo castello sembra non finire mai”. Le gallerie si intersecavano e degradavano disegnando angoli bizzarri, che facevano perdere l'orientamento. Finalmente, ai piani inferiori, Hamid si arrestò di fronte a una tenda decorata con scene di caccia. “Potete entrare” – annunciò, mostrando una corta scalinata che scendeva ancora nel sottosuolo. – “Il Signore della guerra è già a tavola, e di sicuro attende il vostro arrivo”.