L'incontro con Mikanek Illgurd

Da Miniature Fantasy.

Non appena i sette scostarono la tenda e iniziarono a scendere i gradini di pietra consunta dal tempo si resero conto a causa delle grida sguaiate che la cena doveva andare avanti ormai da tempo: la scala era sorvegliata da armigeri con la roccaforte della casata Illgurd ricamata sul farsetto appoggiati su delle grandi picche. Dopo un attimo di esitazione entrarono in una grande sala illuminata da torce fissate alle pareti, impregnata dall'odore degli arrosti e delle spezie. Due grandi tavolate ai lati della stanza conducevano a una pedana rialzata dove un desco soltanto un poco più piccolo e ricolmo di brocche e di vassoi d'oro e d'argento era occupato dai cavalieri di grado maggiore. Intorno, una piccola folla di servi premurosi intenti a sgomberare piatti e fruttiere già svuotati dai commensali o a rimboccare le coppe vuote: sovrastava il tutto un coro di risate troppo accentuate per essere dettate da vera gioia. Al centro, stravaccato su un imponente scranno intagliato e dorato, spiccava la corporatura massiccia coperta da un corpetto di velluto nero fitto di ricami del Signore della guerra. Seduto al centro del banchetto, stava volgendo lentamente lo sguardo intorno con occhi vitrei, come se cercasse qualcosa senza trovarla. Accortosi della presenza dei nuovi arrivati Mikanek fece un nervoso cenno di benvenuto con la mano e diede ordine ai servi di apparecchiare per gli ospiti indicando loro le sedie alla sua sinistra, subito abbandonate dai loro occupanti che si ritirarono retrocedendo con un lieve inchino. “Sedetevi, vi prego. Vorremmo conferire con voi in privato e il tempo non è molto”. Nel frattempo vennero portate altre vivande, principalmente a base di cacciagione, con rape, mele e patate come contorno. Dopo qualche minuto Mikanek scostò il piatto e si alzò facendo leva sui braccioli della poltrona. Il vociare animato dei cavalieri si spense di colpo. “Signori, vi ringraziamo della compagnia, però è tempo che andiate a riposarvi. Non dimenticate che siamo in guerra, e che domani dobbiamo studiare l'ipotesi di una sortita. Anche i servi si ritirino”. Una volta che tutti tranne i sette furono usciti il sire della casa Illgurd ricadde a sedere ed emise un sospiro. Dal suo viso scomparve ogni traccia di colore. Con un certo sforzo, come se stesse soppesando le parole, si rivolse agli ultimi arrivati: “Siete tutti combattenti di valore e chiara fama. Avrete già capito che, se vi abbiamo fatto venire, è perché abbiamo bisogno del vostro aiuto. Un bisogno disperato. Naturalmente non si tratta dell’andamento della guerra, che peraltro per adesso non ci è favorevole. Neanche guerrieri del vostro valore potrebbero capovolgere le sorti dello scontro ricorrendo alla sola forza delle vostre abilità. No, non si tratta di questo – riempì con gesti convulsi una coppa di vino, poi la vuotò d'un fiato urtando con il gomito una caraffa di peltro, che rotolò rumorosamente sul pavimento spandendo il proprio contenuto – Abbiamo di fronte un nemico che non si può combattere con le semplici spade. E’ il male stesso che combatte contro di noi”. Gli echi della frase appena pronunciata ancora aleggiavano nel salone ormai vuoto quando dalla scalinata scese correndo Xaalvi, molto turbato. “Signore – gridò – È apparsa di nuovo”! Mikanek si alzò di scatto. “Sei sicuro che fosse lei”? chiese con voce strozzata. “Era leiXaalvi si fermò al centro della sala – “L'hanno vista anche altri. – il ministro sembrava sinceramente scosso “Come l'altra volta, aveva delle specie di ali... ali innaturali, enormi e trasparenti”. Il signore della guerra di Thule si sporse in avanti con tanta foga che il tavolo quasi si rovesciò. Le stoviglie tintinnarono. “E ancora una volta questa entità entra liberamente nelle nostre stanze, dove prendiamo decisioni cruciali per l'esito della guerra e non siete riusciti a catturarla? – urlò a XaalviSei al corrente del rischio che corri”? Il consigliere non abbassò lo sguardo: “Vi assicuro, sire, che abbiamo fatto tutto il possibile, ma né le armi materiali né le arti dei nostri sacerdoti hanno potuto toccarla”. In preda ad un attacco di ira irrefrenabile Mikanek scavalcò il tavolo con un balzo e urlò: “ Miserabili! Maledetti”. Poi si calmò di colpo, volgendo verso gli avventurieri occhi colmi di indignazione e di rabbia mentre dei servi, e un paio di soldati accorrevano allarmati. Si scusò con Xaalvi e si rivolse agli altri: “Ora vedete perché ho bisogno di voi. Però non possiamo rimanere qui. È pieno di spie. Seguiteci nei nostri appartamenti – Fece un cenno al ministro. – Vieni anche tu. La tua presenza è indispensabile”. Il gruppo di uomini percorse scale e gallerie inoltrandosi nel cuore del mastio, seguito a distanza da una scorta di soldati, e preceduto da due servi muniti di torcia. La fiamma, odorante di resina, vacillava sotto le raffiche del vento che penetrava dappertutto, e che riempiva ogni andito di sibili ora sottili, ora furiosi. Non c’era un solo angolo in piena luce. I meandri della torre parevano avvolti da un'oscurità vischiosa. Si arrestarono alla base di una scala di marmo guardata da due soldati armati di picca. Gli appartamenti di Mikanek erano in un'ala del mastio, al secondo piano. Solo qualche tendaggio in velluto e poche cassepanche con le serrature rifinite in argento erano state aggiunte dai nuovi occupanti. Le pareti, una volta affrescate con scene di devozione, adesso erano spoglie e annerite dal fumo delle torce. Camminarono in fretta verso un arco che consentiva l’accesso a una saletta dalla tappezzeria stinta, ammobiliata con qualche sgabello, un piccolo scrittoio e un tavolino su cui era posato un candeliere. Il pavimento in legno era ricoperto di petali di fiori di campo ormai rinsecchiti. Mikanek lasciò all'esterno la scorta, fece cenno a tutti di sedersi e si lasciò cadere a sua volta su uno scranno, sporgendo il viso da guerriero verso il suo ministro. “Che cosa hai visto, esattamente”? – chiese senza preamboli. Xaalvi, molto pallido, si schiarì la gola e rispose: “La stessa scena delle altre volte. Un'ombra altissima, in parte confusa e indistinguibile. Ma con il busto ben delineato, grandi ali trasparenti e un viso indecifrabile”. Il guerriero veterano di tante battaglie chiuse gli occhi e si passò la destra sul volto. Poi tornò a fissare i lineamenti ancora stravolti del ministro. “Ha detto qualcosa”? domandò con una specie di singhiozzo. “No, questa volta non ha detto nulla. La visione si è mossa lungo la stanza con lo sguardo fisso nel vuoto, senza fare rumore. È sembrata sparire nel muro”. Il Signore della casata Illgurd si torse le mani. “Capite, ora, che cosa stiamo vivendo? – gridò rivolto al gruppo – non basta l'assedio, non bastano i tradimenti. No. Dobbiamo anche sopportare le apparizioni ricorrenti di un fantasma che incurante di tutti i divieti magici di questa possente fortezza, aleggia libero nel cuore delle nostre stanze". Gli occhi si dilatarono, attraversati da una luce di follia. - La presenza è stata vista parecchie volte. Il motivo per cui vi abbiamo chiesto di venire è chiaro: non posso sperare di sostenere un assedio già difficile se si verificano fenomeni strani all’interno delle mura, apparizioni che minano il morale dei miei uomini”. “Non può essere un caso se siamo perseguitati dagli spettri e da altre stregonerie. Lo sciamano dei barbari usa anche questi mezzi per sopraffarci”.

Come se qualche divinità superiore e non del tutto benevola avesse udito quelle ultime parole, d'improvviso le pareti della stanza vibrarono per un suono cavernoso proveniente dai recessi del castello: lo si sarebbe detto il verso di un animale gigantesco, se una nota strana, quasi dolorante, non ne avesse distorto gli echi. Fu una questione di pochi istanti, seguiti da un silenzio profondo. Ma bastò a mettere i brividi a chi aveva sentito. Il boato veniva dai sotterranei, e per giungere in quella sala quella specie di urlo doveva superare chissà quanti anfratti e corridoi, distorcendosi ogni volta. Sembrava un grido, ma in fin dei conti sarebbe potuto essere qualsiasi cosa...